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AVVIAMENTO COMMERCIALE IL CALCOLO AI FINI DELL’IMPOSTA DI REGISTRO

 In un mercato altalenante è sempre più frequente imbattersi in clienti che vogliono cedere la propria attività  d’impresa; di contro altrettante sono le persone che sfiduciate dalla mancanza di lavoro dipendente, tentano acquisendo un’attività a basso costo di mettersi in proprio.

Ecco che il professionista si trova a dover predisporre la valutazione dell”azienda oggetto della cessione, aspetto fondamentale dove porre molta attenzione è quello della valutazione dell’avviamento commerciale, valutazione che poi verrà trasfuso con separata esposizione nell’atto di cessione d’azienda; da esso scaturirà la tassazione ai fini dell’imposta di registro e dove contestato un maggior valore accertato.Avviamento

Nella prassi, infatti, la gran parte degli accertamenti/contestazioni che l’amministrazione finanziaria fa su tali atti è relativa alla determinazione dell’imposta di registro legata alla valutazione dell’avviamento.

Complesso è determinare con certezza tale valore in quanto giocano notevoli variabili che possono essere favorevoli ma a volte sfavorevoli alla determinazione del valore dell’avviamento.

Il Ministero delle Finanze, non risolve il problema in modo esaustivo ma, con l’emanazione del DPR 31 luglio 1996 n. 460, fissava le modalità di applicazione dell’accertamento con adesione in materia di imposta di registro ed all’ art. 2 comma 4 del detto decreto, le modalità del calcolo del valore dell’avviamento delle aziende ai fini specifici della tassazione dell’imposta di registro; metodo comunque di tipo forfettario e non matematico.

In particolare detto valore veniva determinato sulla base degli gli elementi che venivano desunti dagli studi di settore o, in difetto, sulla base della percentuale di redditività applicata sulla media dei ricavi accertati o, in mancanza, dichiarati ai fini delle imposte sui redditi negli ultimi tre periodi di imposta anteriori a quello in cui è intervenuta la cessione, moltiplicata per tre, fermo restando che la percentuale di redditività non poteva essere inferiore al rapporto tra il reddito di impresa e i ricavi accertati o, in mancanza, dichiarati ai fini delle stesse imposte e nel medesimo periodo; il moltiplicatore doveva essere ridotto da tre a due nei casi in cui ricorreva ameno una delle seguenti situazioni:
A) – l’attività fosse iniziata entro i tre periodi di imposta precedenti a quello in cui è intervenuto il trasferimento;
B) – l’attività non fosse stata esercitata, per almeno la metà del normale periodo di svolgimento, nell’ultimo periodo precedente a quello in cui è intervenuto il trasferimento;
C) – qualora l’attività fosse svolta presso locali condotti in locazione, la durata residua del relativo contratto di locazione risultasse inferiore a dodici mesi.

Tuttavia tale metodo, pur abrogato con l’entrata in vigore del DLGS. 19 giugno 1997 n. 218, in particolare l’articolo 2, comma 4 del detto DRP, veniva ripreso con la comunicazione di servizio n. 52 del 25 luglio 2003, dove l’Agenzia delle Entrate specificava che il contribuente, in ipotesi di cessione d’azienda, poteva determinare il valore dell’avviamento secondo il metodo di calcolo previsto dall’art. 2 comma 4 del DPR 460/96.

Si ritorna al passato.

Tale metodo, come abbiamo già sopra detto, non ha la certezza di determinare la valutazione dell’avviamento ma da comunque un’indicazione di massima, un riferimento attendibile sul quale lavorare.

Vediamo ora un esempio pratico

           AZIENDA CEDUTA NELL’ANNO 2014 CHE PRESENTA I SEGUENTI DATI FISCALI

  ANNO         REDDITO IMPONIBILI           RICAVI IMPONIBILI          REDDITIVITÀ IN PERCENTUALE

 ——————————————————————————————————————————————

2011                       180.000                               2.000.000                                          9,00%
2012                       120.000                               1.500.000                                          8,00%
2013                       100.000                               1.100.000                                          9,09%
2014                         90.000                                  800.000                                        11,25%

La percentuale di redditività non potrà essere inferiore al 11,25% cioè alla percentuale di redditività riferita al periodo d’imposta nel quale si è avuta la cessione d’azienda.

Vediamo ora l’altro parametro cioè la media dei ricavi relativa ai 3 periodi d’imposta precedente il periodo in cui si è avuta la cessione, nella fattispecie : anno 2011,2012,2013; tale media è : € 1.533.333.

Quindi si prenderà il valore medio determinato di € 1.533.333 e si moltiplicherà per la percentuale risultante dell’ 11,25%; il risultato, pari ad € 172.500 si moltiplicherà per 3;
Totale = € 517.500
In caso vi siano i presupposti per applicare alla media dei ricavi il moltiplicatore di 2 anziché di 3, l’avviamento avrà il valore di € 345.000.

Gianluigi Montini – commercialista –

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2015 in Fiscale

 

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AVVOCATO VITTORIOSO IN GIUDIZIO: DISAMINA TRATTAMENTO FISCALE DELL’ONORARIO ARTT. 91 E 93 C.P.C.

 Spesso mi viene chiesto nei giudizi, chi è il soggetto passivo debitore in caso di vittoria ma anche come gestire l’Imposta sul Valore Aggiunto e la relativa Ritenuta d’Acconto.
Contrariamente ai rapporti privatistici, dove sono le parti a dover liquidare gli onorari ai legali; quando si instaura un contenzioso invece, è il giudice che provvede a liquidare le spese legali a carico della parte soccombente nel giudizio, sulla scorta di una specifica che il legale presenta.AVV_1
La parte soccombente quindi ha l’obbligo di assolvere al pagamento di quanto ha determinato il giudice in sentenza ma ciò può avvenire con due diverse e distinte modalità che sono novellate dal codice di procedura civile agli articoli 91, comma 1° e 93 comma 1°.
L’articolo 91, comma 1° recita : “ Il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell’altra parte e ne liquida l’ammontare insieme con gli onorari di difesa ….. ( omissis ) “.
L’art. 93, comma 1° recita : “ Il difensore con procura può chiedere che il giudice, nella stessa sentenza in cui condanna alle spese, distragga in favore suo e degli altri difensori gli onorari non riscossi e le spese che dichiara di avere anticipate ….. omissis “.
Andiamo ad analizzare ora chi è il soggetto passivo debitore chi è il soggetto percettore dell’IVA ed infine come viene trattata la Ritenuta d’Acconto.
L’art. 91 comma 1° : il giudice dichiara la parte soccombente tenuta al pagamento delle spese, cioè alla parte debitrice nel rapporto; di contro la parte vittoriosa nel giudizio risulta essere creditrice nel rapporto; il legale difensore sarà pertanto pagato dal proprio cliente, quando lo stesso avrà ricevuto il dovuto dalla controparte.
Ora per semplificazione, visto che l’articolo vuole essere esaustivo, ma purtroppo risulta contorto se visto dall’aspetto dei soggetti, piuttosto rispetto all’ imposizione, sia indiretta che diretta esporremo per semplificazione anche degli esempi.
Esempio 1
Parti del Rapporto :
Caio persona fisica, creditore;
Tizio persona giuridica, debitore.
Sempronio legale.
Il giudice liquida in favore di Caio € 10.000 per vittoria di giudizio ed € 1.220 di spese legali omnicomprensive.
Caio dovrà ricevere da Tizio € 11.220 e stornare in favore del proprio legale Sempronio € 1.220. Sempronio dovrà emettere parcella in favore del proprio cliente Caio e trattandosi di persona fisica non verrà esposta ritenuta a titolo di acconto, ma solo IVA nella percentuale di legge.
Esempio 2
Parti del Rapporto :
Caio persona giuridica, creditore.
Tizio persona giuridica, debitore.
Sempronio legale
Il giudice liquida in favore di Caio € 10.000 per vittoria di giudizio ed € 1.268,80 di spese legali omnicomprensive.
Caio dovrà ricevere da Tizio € 11.268,80 e stornare in favore del proprio legale € 1.268,80. Sempronio dovrà emettere parcella in favore del proprio cliente Caio e trattandosi di persona giuridica verrà esposta ritenuta a titolo di acconto che Caio tratterrà e verserà nei termini di legge quale sostituto d’imposta.
A Caio dovrà essere riconosciuta il totale della parcella perchè ai fini contabili quello è il valore da portare in contabilità; la ritenuta d’acconto è invece imposta diretta che grava sulla persona contribuente, non sul professionista quanto tale.
Vediamo ora il caso dell’art. 93 comma 1° del codice procedura civile.
In questa fattispecie, abbiamo un elemento diciamo di disturbo che è dato dalla distrazione delle spese legali, le stesse vengono incassate dal legale direttamente dal debitore e non già dal proprio cliente che recupera il tutto e tacita il proprio legale.
Nasce quindi il problema chi sia il soggetto passivo al quale il legale dovrà emettere parcella, chi dovrà pagare l’IVA e se ricadente, a chi detrarre la relativa Ritenuta d’Acconto.
Andiamo per ordine.
Il D.P.R. 633/1972, all’articolo 18 parla di “ diritto di rivalsa “ in buona sostanza il soggetto che effettua la cessione di beni o prestazione di servizi imponibile deve addebitare la relativa imposta, a titolo di rivalsa, al cessionario o al committente.
Pertanto la parcella andrà emessa dal legale nei confronti del proprio cliente naturalmente compensiva di IVA.
La cassazione con Sentenza n. 3544/1982 ha affermato che la distrazione delle spese in favore del legale vittorioso e la relativa imposta hanno natura di diritto privato e non tributaria, per cui la sentenza “costituisce un titolo nuovo e diverso, rispetto a quello tributario, per pretendere il pagamento di un costo del processo corrispondente nell’ammontare all’obbligazione fiscale”.
Il legale pertanto sarà tenuto ad emettere la parcella nei confronti del proprio cliente che però lo pagherà con il denaro messo a disposizione dalla parte soccombente a seguito della distrazione delle spese in sentenza.
L’articolo 18 del D.P.R. 633/72, parla di rivalsa dell’imposta ma non da chi materialmente debba essere pagata, quindi nessuna violazione ai fini IVA.
Pur tuttavia, il legale nella parcella che presenta al proprio cliente deve inserire all’interno di essa che la solutio è avvenuta da controparte per effetto della distrazione e che la stessa è anche pagatrice dell’imposta IVA; tanto secondo quanto è pervenuta l’Amministrazione Finanziaria con la circolare n. 203/E/1994.
Da sottolineare che il soggetto soccombente – che sarà tenuto al pagamento delle spese comprensive di IVA – non è egli stesso soggetto del rapporto, ma solo un obbligato dalla sentenza per cui non intercorrendo tra egli ed il legale alcun obbligo tributario – ripeto risulta solo un tramite per il pagamento – l’imposta indiretta assolta, non sarà per egli un’imposta da poter detrarre qual’ora fosse una persona giuridica; caso non proponibile affatto se si trattasse di persona fisica.
Vediamo ora come deve essere gestita la Ritenuta d’Acconto quando il legale è tenuto a presentare la parcella al proprio cliente a seguito di distrazione delle spese legali; cioè chi sarà tenuto materialmente a detrarre l’imposta IRPEF a titolo di acconto e versarla materialmente.
Ipotesi di cui all’art. 93 c.p.c.
La fattispecie dell’art. 91 c.p.c. infatti, non sembra dare alcun dubbio in merito, risulta palese la procedura da adottare sia per quanto scritto che dall’esempio numerio esposto.
L’articolo 25 del D.P.R. n. 600/1973 statuisce l’obbligo della ritenuta sulle prestazioni di lavoro autonomo, “ancorché …rese a terzi o nell’interesse di terzi”.In questo caso lo spirito della legge vuole essere quello di attribuire l’onere di operare la ritenuta a carico di colui che materialmente assolve all’adempimento anche se fatto nell’interesse di un terzo. Ecco allora evidente che la ritenuta a titolo di acconto IRPEF, andrà operata da colui che effettivamente eroga il compenso, quindi la parte soccombente nel giudizio anche, se di fatto non è il committente della prestazione professionale.
La giurisprudenza prevalente è orientata in tal modo, al riguardo la sentenza della Cassazione n. 3843/1995, successivamente la sentanza della cassazione n. 9332/1996 e la Circolare Ministeriale n. 203/1994.

Gianluigi Montini – commercialista –

 
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Pubblicato da su 12 aprile 2015 in Fiscale

 

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USURA BANCARIA, NOZIONI

 Il Codice Penale con l’art. 644, introduceva nell’ordinamento giuridico italiano, la fattispecie normativa di “usura bancaria”.

Il codice nella sua enunciazione metteva in risalto prevalentemente quelli che sono parametri di tipo “soggettivo“, cioè situazioni al di fuori delle quali si travalicava il confine del lecito per sfociare nell’illecito.

Nel 1996, precisamente il 7 marzo, entrava in vigore la Legge 108.

La norma rivedeva il reato di usura, ampliandone l’ambito applicativo in modo notevole e, introducendo parametri di tipo “oggettivi”; con l’ampliamento della tutela offerta al soggetto esposto verso la stessa. UsuraB

L’art. 2 della sopra detta Legge 108/1996, prevede che il Ministero dell’Economia, sentito l’Ufficio Italiano Cambi e la Banca d’Italia, pubblica con cadenza trimestrale il “Tasso Effettivo Globale Medio” ripartito per categorie di operazioni omogenee, lo stesso maggiorato del su 50% determina il limite oltre il quale gli interessi scaturenti da quel tasso sono sempre usurari.

La legge 108/1996 prevede quindi un elenco di categorie di credito, divise per fasce di finanziamento e per ciascuna categoria di credito, vengono determinati i tassi limiti, superati i quali vi è usura.

Giusto un accenno sul significato di tasso “ TAEG” ovverosia “ Tasso Effettivo Globale Medio” nasce con lo scopo di determinare in modo esatto ed inequivocabile il “costo“ di un finanziamento.

Non serve per calcolare le rate di un finanziamento ma è un tasso diciamo virtuale, un indicatore in grado di determinare in percentuale il costo globale del finanziamento.

Il TAEG, è pertanto quel tasso indicatore con il quale poter confrontare il costo dei finanziamenti cioè, quale complessivamente ma non solo per il costo rata è il più basso sul mercato.

Il TAEG, tiene in considerazione per la sua determinazione non solo il tasso per determinare le rate, ma ogni spesa e costo afferente il finanziamento.

Pertanto può succedere che il tasso di calcolo del finanziamento il TAN per intenderci, può essere in una pratica più basso e trarre in inganno rispetto ad altro intermediario che potrebbe proporre un TAN lievemente più alto ma con spese correlate più basse quindi genererà un TAEG minore: ecco tutto./

Ritornando ora alla legge 108/1996, dicevamo che essa prevede un elenco di categorie di credito, divise per fasce di finanziamento e per ciascuna categoria di credito, determina i tassi limiti.

Risulterà pertanto diverso il tasso c.d. soglia secondo che si tratti di operazioni a breve come il credito al consumo, operazioni a medio termine come un finanziamento chirografario o a lungo termine come il mutuo, ed ancora per ciascuna classe di credito il tasso soglia varierà secondo l’importo di ciascuna forma tecnica; a parità di forme tecniche varierà il tasso soglia al variare dell’importo del credito.

Tutti gli intermediari finanziari, avranno quindi a disposizione uno spread che andrà dal tasso di remunerazione del costo dell’operazione che è quello minimo ad uno massimo che è il tasso soglia; tutto ciò varierà dalle considerazioni che gli intermediari finanziari faranno ad esempio del territorio dove opereranno, (Nord – Sud ) delle categorie ( commercianti – artigiani – industriali ecc. ) ed altri parametriti.

Sarà la rischiosità che attribuiranno al luogo o alla categoria imprenditoriale a far si che il tasso TAEG applicato alle varie forme tecniche di finanziamento vari.

Quando intendiamo luogo e categorie imprenditoriali parliamo sempre di macro categorie.

Il 13 maggio 2011 il Governo approvava poi il D.L. 70/2011, che modificava le regole di determinazione del tasso d’usura.

La nuova norma nasceva dal fatto che nel corso degli anni vi era stata una notevole discesa dei tassi per certe categorie di credito, ragion per la quale si era ridotta la forbice tra il TAEG ( Tasso Effettivo Globale Medio ) ed il tasso soglia.

Infatti su un mutuo il cui Taeg ad esempio era del 4%, la forbice rispetto al tasso usurario – il tasso più il suo 50% – era di appena 2 punti percentuali.

Pertanto l’intervento giuridico è stato al fine di tutela specifica degli istituti di credito, in quanto una forbice troppo esigua tra il TAEG ed il tasso soglia, non avrebbe coperto il rischio per gli istituti di credito i quali avrebbero dovuto applicare tassi pur se al limite del tasso soglia comunque troppo bassi, almeno per certe categorie di credito quali ad esempio i mutui.

L’intervento normativo ha avuto lo scopo di superare tale situazione divenuta critica per tutti i settori del credito, pertanto ha modificato in modo sostanziale e generalizzato il tasso soglia, ampliandone la forbice, come ? Riducendo da 50% al 25% lo spread percentuale ed aggiungendo un margine fisso di interesse di 4 punti percentuali, quindi viene stabilito un minimo di divario fisso che è appunto di 4 punti percentuali, ma al contempo viene fissato un limite massimo di 8 punti percentuale come divario massimo tra il TAEG ed il fatidico tasso soglia.

Ricapitoliamo, minimo 4 punti, massimo 8, inoltre per talune fasce di tasso viene aggiunto il 25 percento del tasso.

CONFRONTO TRA VECCHIA E NUOVA PROCEDURA DELLA SOGLIA D’ USURA
  Soglia Usura Soglia Usura Soglia Nuova
TAEG Vecchia Nuova meno
Procedura Procedura Soglia Vecchia
A B C C – B
1,00% 1,50% 5,25% 3,75%
2,00% 3,00% 6,50% 3,50%
3,00% 4,50% 7,75% 3,25%
4,00% 6,00% 9,00% 3,00%
5,00% 7,50% 10,25% 2,75%
6,00% 9,00% 11,50% 2,50%
7,00% 10,50% 12,75% 2,25%
8,00% 12,00% 14,00% 2,00%
9,00% 13,50% 15,25% 1,75%
10,00% 15,00% 16,50% 1,50%
11,00% 16,50% 17,75% 1,25%
12,00% 18,00% 19,00% 1,00%
13,00% 19,50% 20,25% 0,75%
14,00% 21,00% 21,50% 0,50%
15,00% 22,50% 22,75% 0,25%
16,00% 24,00% 24,00% 0,00%
17,00% 25,50% 25,00% -0,50%
18,00% 27,00% 26,00% -1,00%
19,00% 28,50% 27,00% -1,50%
20,00% 30,00% 28,00% -2,00%
21,00% 31,50% 29,00% -2,50%
22,00% 33,00% 30,00% -3,00%
23,00% 34,50% 31,00% -3,50%
24,00% 36,00% 32,00% -4,00%
25,00% 37,50% 33,00% -4,50%
26,00% 39,00% 34,00% -5,00%
27,00% 40,50% 35,00% -5,50%
28,00% 42,00% 36,00% -6,00%
29,00% 43,50% 37,00% -6,50%
30,00% 45,00% 38,00% -7,00%

Si evince dal prospetto sopra esposto che per tassi TAEG molto bassi, la soglia è particolarmente lievitata, sino ad arrivare al TAEG del 16% che è il punto di indifferenza tra il vecchio ed il nuovo sistema di calcolo, cioè una forbice pari a zero tra vecchio e nuovo sistema di calcolo.

Man mano però che il tasso TAEG sale al di sopra del 16%, si verifica una riduzione della soglia di usura, in quanto subentra la percentuale limite di 8 punti che resta fissa.

Una importante considerazione che mi viene da fare è che essendo i tassi d’interessi TAEG, ridottisi negli ultimi anni, poco applicabile sarà il tetto limite degli 8 punti, viceversa si riscontrerà come di fatto si è verificato una generale lievitazione del tasso soglia d’usura per tassi medio bassi.

Gianluigi Montini – commercialista –

 
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Pubblicato da su 26 marzo 2015 in Banca

 

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IL CONTRATTO PRELIMINARE NELLA COMPRAVENDITA IMMOBILIARE

 Chiunque vorrà comprare una casa, si troverà quasi sempre, prima di recarsi dal notaio per procedere al rogito, a sottoscrivere un contratto preliminare, volgarmente chiamato “ compromesso “.

Il contratto preliminare non dà luogo al trasferimento del diritto di proprietà ma è un contratto con il quale il venditore ed il compratore, determinano tutte quelle che sono le condizioni concordate e che si obbligano reciprocamente a trasferire nel successivo e definitivo contratto di compravendita. preliminare_1

Il preliminare viene stipulato quando non si ha la possibile di dare luogo alla vendita immediata perché, ad esempio, l’acquirente deve vendere prima la sua proprietà, oppure sta attendendo di essere finanziato di un mutuo o è in attesa che gli venga consegnata una nuova casa; serve appunto per cristallizzare gli accordi dalle parti raggiunti.

Veniamo ora a vedere quali sono i requisiti principali di un contratto preliminare ovverosia :

l’accordo, l’oggetto, la forma, poi  termini e condizioni.

Circa l’accordo delle parti, esso è il consenso che le parti stesse prendono per dare vita al preliminare è cioè quell’interesse comune dei due o più soggetti intervenenti rispetto alla funzione economico sociale – causa del contratto – . Viene regolato dagli artt. 1136 e ss. C.C.

L’oggetto del contratto è il contenuto del contratto stesso, deve essere possibile, lecito, determinato o determinabile.

La forma del contratto preliminare invece è regolata dall’ art. 1351 c.c. e prevede che il contratto preliminare è nullo se non ha la stessa forma che la legge prescrive per quello definitivo.

Vediamo poi i termini ed eventuali condizioni.

La mancanza di un termine per la stipula del definitivo non invalida il preliminare poiché non rientra tra i requisiti essenziali. Tuttavia, le parti che hanno interesse all’apposizione di un termine di adempimento, possono rivolgersi al giudice ex art. 1183 c.c. per la fissazione dello stesso sul contratto preliminare, oppure potranno ottenere il definitivo nell’ordinario periodo di prescrizione, a far data dalla stipula del preliminare.

Il contratto preliminare può essere soggetto a condizione.

Ove apposta, la condizione riguarda l’efficacia del preliminare tra le parti che si impegnano a concludere il definitivo solo nel caso in cui si verifichi una determinata fattispecie.

Il contratto preliminare può essere stipulato tra le parti sia per scrittura privata e sottoposto a registrazione entro venti giorni dalla sottoscrizione sia per atto pubblico quindi con l’intervento di un notaio.

Nel caso intervenga il notaio, allo stesso è fatto obbligo di registrazione dello stesso nei trenta giorni successivi alla firma.

Quando si utilizzi il notaio, quindi l’atto pubblico è anche perché nella stragrande maggioranza dei casi si verrà anche trascrivere lo stesso atto per la pubblicità verso i terzi.

La stipula del preliminare di per se fa sorgere solo un obbligo giuridico tra venditore e acquirente, senza determinare il trasferimento della proprietà.

Potrebbe accadere che, nonostante sia stato stipulato un “compromesso”, il venditore venda lo stesso immobile ad altra persona, costituisca sullo stesso diritti reali di godimento (per esempio un usufrutto) o vi iscriva ipoteca.

In questi casi, il compratore potrà chiedere al giudice solo il risarcimento dei danni, non anche l’annullamento della vendita o dell’iscrizione dell’ipoteca.

Per evitare di trovarsi in una situazione del genere, la legge mette a disposizione lo strumento della trascrizione del preliminare nei registri immobiliari.

In tal modo, eventuali vendite dello stesso immobile o la costituzione di altri diritti a favore di terze persone non pregiudicheranno i diritti del compratore.

Per la registrazione della scrittura privata tra le parti, sono dovute:

euro 200, come imposta di registrazione in misura fissa.

euro 16 come imposta di bollo per ogni 100 righe di scritture.

Per la registrazione del contratto con atto pubblico, sono dovute:

su somme previste a titolo di caparra confirmatoria, 0,50% come imposta proporzionale di registro su somme previste a titolo di acconto sul prezzo di vendita, 3% come imposta proporzionale di registro; inoltre per la trascrizione si dovranno pagare l’imposta di bollo nella misura di euro155, l’imposta ipotecaria di euro 200 euro e le tasse per l’ipoteca di euro 35.

Gianluigi Montini – commercialista –

 
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Pubblicato da su 7 marzo 2015 in Diritto

 

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PERCHE’ UNA PMI SPESSO NON VIENE FINANZIATA …. POSSIBILI SOLUZIONI

 Rivolgo quest’articolo a tutti i colleghi e colleghe ma principalmente agli imprenditori titolari di PMI.

Siamo in un momento di crisi perdurante, che affligge sia l’economia locale che quella nazionale, le aziende non reggono più tale congiuntura e pure quelle con valide progettualità, stentano a realizzarle causa anche la poca accessibilità al credito.

Noto fortemente però che anche in realtà aziendali di un certo valore e con una penetrazione di mercato, viene data scarsa importanza al bilancio di esercizio, considerandolo solo uno strumento residuale dal quale leggere i dati per passare alle casse del fisco.

Purtroppo non dovrebbe essere così.untitled

Già la direttiva di Basilea 2 dava degli orientamenti tali affinché si sistemasse la contabilità in modo tale da ottenere bilanci i cui rating fossero accettabili in fase di lettura; purtroppo ad oggi Basilea 2 non si è ancora recepita se non negli effetti, direi disastrosi.

Gli istituti di credito continuano a concedere sempre minori linee di credito e sempre minori sono le iniziative che le aziende vedono finanziarsi.

Vi è poi Basilea 3 che oramai è entrata in vigore anche se sarà attuata gradualmente fino all’entrata a regime prevista per il 2019.

La morsa sulle aziende con bilanci poco ordinati, si stringerà sempre di più, in quanto le banche dovranno esse stesse riadeguarsi su nuovi coefficienti patrimoniali e rafforzare le loro riserve di liquidità per dare un maggiore sostegno alle PMI.

Basilea 3 darà poi un’ulteriore stretta da parte delle banche ad erogare credito a condizioni vantaggiose, e lo farà solamente ad aziende che non solamente danno attenzione ai propri indici di bilancio affinché abbiano un rating positivo ma che abbiano ottimi parametri patrimoniali e non siano eccessivamente indebitate.

La direzione è sicuramente questa per cui le PMI dovranno iniziare a ragionare in questa direzione in quanto l’epoca di società altamente indebitate e sottocapitalizzate è ormai finita; le banche richiederanno infatti un flusso di informazioni alla propria Clientela sempre più elevato e dettagliato.

L’equazione cui tutti gli istituti di credito dovranno continuare ad applicare è la seguente:

MAGGIOR RISCHIO AZIENDALE = MAGGIORI ACCANTONAMENTI = MAGGIORI COSTI PER LA BANCA e, quindi, di conseguenza: MAGGIORI COSTI PER IL CLIENTE, se non addirittura l’esclusione almeno da nuove linee creditizie.

Secondo Bankitalia, negli ultimi tre anni il volume di credito concesso nelle varie forme tecniche alle PMI ha subito una contrazione complessiva di circa il 60%, responsabile diretta la poca attenzione che si è dato ai bilanci, specchio della salute aziendale.

È di tutta evidenza che si impone a questo punto lo studio e l’applicazione concreta di sostanziali correttivi per non compromettere l’intero sistema banca-impresa.

Premessa importante è rendere effettiva e reciproca la trasparenza tra banche finanziatrici e imprese finanziate, anche e soprattutto per quanto riguarda le modalità di determinazione del rating.

Il convincimento da parte di entrambe le parti in causa, abbandonate le reciproche diffidenze è che l’interesse comune sia la trasparenza (che si dimostra, da un lato, nella trasmissione delle giuste informazioni aziendali e, dall’altro, nella condivisione dei criteri di valutazione) la quale non può che portare ad un miglior risultato che consentirà nella negoziazione del credito (affidamenti e finanziamenti) nella misura più equa, al livello di rischio più contenuto e di conseguenza al costo più favorevole.

Perché la Banca spesso dice NO? Quando un finanziamento, un mutuo o più in generale una linea di credito non viene concesso, le ragioni possono essere le più disparate:

Manca il capitale proprio. Le banche vogliono che l’imprenditore rischi quanto loro e diventano meno disponibili di fronte a chi ha idee, ma non un adeguato patrimonio.

Manca un business plan razionale. Il piano d’impresa deve portare dati sicuri su cui le banche possono far conto per la restituzione del capitale concesso, con i relativi interessi.

Manca l’esperienza del management. I finanziatori chiudono la porta quando il neo- imprenditore non dimostra di avere una buona conoscenza del settore in cui vuole entrare.

Mancano i dati finanziari. Per chi deve decidere se prestare denaro, le pagine più importanti del business plan sono quelle che riassumono le previsioni di entrate e uscite, il bilancio e i flussi di cassa. Se sono incomplete o imprecise, i finanziamenti non arrivano.

Presentazione poco incisiva. Importante che la richiesta sia presentata con molta cura, in modo professionale, ben scritta e con contenuti che rispecchiano la realtà e possono trovare riscontro in un futuro immediato.

Mancano i requisiti di base. Inutile chiedere finanziamenti ad una banca senza poter dare alcuna garanzia, senza poter dimostrare la sussistenza dei requisiti di affidabilità finanziaria e patrimoniali.

A questo punto e al solo scopo di migliorare il rapporto con la banca le PMI dovranno intraprendere alcune azioni di importanza strategica:

1. Rafforzare/incrementare il proprio patrimonio evitando di ricorrere alla esasperazione della quantificazione degli oneri pluriennali;

2. (FONDAMENTALE) produzione costante e sistematica di informazioni quantitative che consentano, anche ai fini interni aziendali, l’apprezzamento di dati gestionali consuntivi e preventivi, nonché di indicatori delle performance commerciali e finanziarie; fondamentale a questo riguardo è l’adozione/utilizzo di un sistema di tesoreria in tempo reale e l’aggiornamento tempestivo delle registrazioni contabili;

3. redazione del rendiconto finanziario per mettere in evidenza fonti e impieghi di capitale, capacità di autofinanziamento e individuazione del fabbisogno finanziario e conseguente stima della quantità di credito da richiedere al sistema bancario;

4. produzione di informazioni qualitative allo scopo sia di valutare il proprio posizionamento aziendale rispetto al settore economico, al benchmark ed alla migliore concorrenza, sia di apportare miglioramenti agli assetti organizzativi;

5. (FONDAMENTALE) massima attenzione ai dati andamentali riguardanti la puntualità di incassi e pagamenti, il livello degli insoluti, la rotazione degli affidamenti, la frequenza e l’entità degli eventuali sconfinamenti, l’attribuzione dei volumi di lavoro alle varie banche; la conoscenza periodica dei dati della Centrale dei Rischi è di primaria importanza a questo riguardo;

6. intensificare l’attività interna di budgeting e di business planning, o quantomeno dare più risalto alle previsioni ed al controllo prospettico dei fatti gestionali;

7. attribuire maggior dignità aziendale alla funzione finanziaria, destinata a rapportarsi in modo sempre più stretto con la controparte banca, e da considerarsi quindi non più come semplice esecutore delle decisioni industriali o commerciali;

8. (FONDAMENTALE) effettuare un’autodiagnosi permanente per meglio presentare i dati ed orientare in modo più favorevole il giudizio di rating delle banche, convincendo tutte le funzioni aziendali che la migliore presentazione dei fatti aziendali, per un’azienda sana, influisce in misura determinante sulla valutazione dei finanziatori;

9. considerare le alternative al credito a breve termine, come indicato in precedenza, senza trascurare il ricorso al factoring (per monetizzare i crediti commerciali) e al leasing (per agevolare gli investimenti in immobilizzazioni tecniche);

10. razionalizzare, il più possibile, il numero delle banche con cui operare, ampliandolo per accrescere le possibilità di finanziamento o viceversa riducendolo per selezionare gli istituti più generosi o semplicemente più obiettivi nel giudizio di rating;

11. confrontarsi con le banche con le loro stesse “armi”, nel senso di attribuire ad ogni istituto un vero e proprio “rating” che valuti i parametri principali, quali il costo del finanziamento (tassi, spread, commissioni, ecc.), la tempestività del servizio (tempi di esecuzione, ecc.) e non ultimo il grado di competenza/collaborazione mostrato a tutti i livelli nel rapporto banca-azienda dai funzionari bancari.

In virtù di quanto sopra esposto le imprese che risultano sottocapitalizzate vedranno il loro rating ridursi, essendo questo basato in buona misura sulla solidità patrimoniale del debitore: ad un elevato capitale proprio corrisponde, cioè, un elevato rating.

Sempre in considerazione delle citate regole, un patrimonio netto incrementale conferirà una maggiore probabilità di giudizi positivi degli Istituti di Credito al momento della decisione di concedere un affidamento.

Detto questo, lo studio ha stretto rapporti di consulenza/collaborazione con importanti istituti finanziari tramite i quali proponiamo un’operazione di :

VERSAMENTO IN C/FUTURO AUMENTO CAPITALE SOCIALE mediante l’APPORTO di AZIONI DEMATERIALIZZATE “ ************* “ da accreditare sul Dossier Titoli intestato all’Azienda e che permetterà all’azienda stessa di creare una posta attiva di bilancio; in pratica l’azienda rileverà nelle proprie scritture contabili:

IMMOBILIZZAZIONI FINANZIARIE

– partecipazioni ……………………………………………………………………………… €. xxx.xxx,xx

                                                            a

                                                                                PATRIMONIO NETTO

                                                                            – capitale sociale …………………… €. xxx.xxx,xx

                                                – versamento in c/futuro aumento capitale sociale …. €. xxx.xxx,xx

Ai sensi dell’art. 2424 del codice civile .

Quali sono i vantaggi per l’impresa ?

a) l’acquisizione nel proprio attivo di bilancio di azioni al portatore (titolari codice ISIN) senza dover effettuare alcun versamento in riferimento al valore stesso delle azioni;

b) la possibilità di avere a disposizione titoli azionari che possano costituire una garanzia al momento della richiesta e/o nella rinegoziazione di affidamenti bancari

c) la contabilizzazione di una posta di patrimonio netto che incrementa il valore di patrimonializzazione della Società.

Di base l’operazione è impostata su un versamento in conto futuro aumento capitale sociale, ma ci si potrebbe trovare di fronte a situazioni che necessitano di alternative alla formula diretta del “versamento in c/futuro aumento capitale” ed allora si possono optare per tre soluzioni alternative:

1) L’acquisizione immediata di una partecipazione che prevede a latere un patto di riacquisto azioni alla scadenza pattuita;

2) Il versamento in c/futuro aumento capitale nei confronti di una società terza che utilizzerà detto versamento per la sottoscrizione del capitale deliberato;

3) La configurazione di una operazione di associazione in partecipazione che, regolamentata dagli art. 2549 – 2550 – 2551 – 2552 – 2553 – 2554 del C.C., permette, in questo caso, di assegnare ad una persona fisica le azioni, a titolo di corrispettivo apportato nel contratto di associazione in partecipazione, che poi verranno utilizzate, dall’Associato, proprio per conferirle nella Società oggetto di patrimonializzazione.

Una volta terminata l’operazione l’azienda rileverà sul proprio dossier titoli il deposito delle azioni conferite con la relativa valorizzazione.

DossierTitoli

   Per maggiori  info su quest’argomento o per consulenze contattaci : studiomontini@hotmail.it 

Gianluigi Montini – commercialista –

 
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Pubblicato da su 5 marzo 2015 in Banca

 

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CARTELLE ESATTORIALI PERCHE’ IMPUGNARLE

 Analizzando una cartella di pagamento, nella sezione che riguarda gli importi si potrà facilmente notare che non è dato assolutamente sapere e neanche capire in che modo gli interessi siano stati calcolati, che aliquota sia stata applicata, i giorni e la metodologia di calcolo, il tutto al fine di addivenire alla giusta pretesa tributaria.

Essendo la cartella esattoriale un atto impositivo destinato a procurare effetti sulla sfera patrimoniale del contribuente, questa deve essere adeguatamente motivata. CartellaEsattorile

Ed è’ appunto l’Ente titolare del credito (Agenzia delle Entrate, INPS, INAIL, ecc.) nonché autore delle iscrizioni a ruolo che è tenuto a fornire all’Agente di riscossione tali informazioni così che, l’Agente possa correttamente riportarle in cartella, ma ciò sistematicamente non avviene.

Ecco quindi, che viene data possibilità opporle per carenza di motivazione in quanto non debitamente documentate, sia ai sensi dell’art. 3 della legge 241/90 e sui decreti attuativi che, dell’art. 7 dello Statuto del Contribuente, Legge 212 del 2000.

Molte sono state le Commissioni Tributarie dei vari ordini e gradi che hanno dato ragione al contribuente che ha esposto dette doglianze in sede di ricorso.

Cito a solo titolo esemplificativo ma non esaustivo le

Commissione Tributaria Provinciale di Napoli

Commissione Tributaria Provinciale di Torino

Commissione Tributaria Provinciale di Como

Commissione Tributaria Provinciale di Genova

Inoltre :

Commissioni Tributaria Regionale di Torino

e ancora

Corte di Cassazione Sezione Civile del 2013

Corte di Cassazione Sezione Tributaria del 2008 e del 2012

Quindi ampia è la giurisprudenza di tutti gli ordini e gradi ( non solo quella citata) che ha dato ragione al contribuente per quanto sopra accennato, provvedendo ad una pronunzia di annullamento della cartella esattoriale.

Qualora il provvedimento impugnato risultasse viziato da carenza di motivazione, il giudice tributario deve limitarsi ad una mera pronuncia di annullamento, senza proseguire ulteriormente l’indagine sull’effettiva sussistenza del debito di imposta e sostituirsi quindi all’Amministrazione finanziaria.

Questo è orami orientamento consolidato.

Altri poi possono essere le eccezioni per poter validamente impugnare una cartella esattoriale, ad esempio termini prescrizionali, difetti di notifica, mancanza di relata di notifica o suo errore, possibili carenze di fogli, eventuale carenza della causale, mancata esposizione della data di esecutività del ruolo.

Su quanto detto torneremo ampiamento in altri articoli riguardanti le cartelle esattoriali.

Concludo pertanto, affermando di non dare mai per scontato che una cartella esattoriale sia qualcosa dalla quale non potersi difendere quindi come qualcosa invalicabile.

E’ opportuno però che un’analisi della stessa venga fatta da un professionista della materia, un avvocato o un commercialista che possa dare precisa attenzione e giusta consulenza.

Puoi richiedere consulenza su tale argomento contattando l’indirizzo email :

studiomontini@hotmail.it

Gianluigi Montini – commercialista –

 
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Pubblicato da su 28 febbraio 2015 in Fiscale

 

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RENT TO BUY : LA TASSAZIONE

 L’Agenzia delle Entrate, con la circolare 4/E pubblicata il 19/02/2015 ha fornito importanti chiarimenti circa la tassazione dei proventi derivanti dall’affitto di un immobile, ottenuto in base ad un contratto di Rent to Buy.

Con tale modalità di contratto il canone corrisposto viene scisso in una quota canone che copre per quota il valore dell’immobile ed una quota prevista per l’affitto vero e proprio; parimenti su tali quote così suddivise si dovrà distinguere quella che è la relativa tassazione.

Inoltre si dovrà considerata la tassazione che al termine si dovrà versare sulla quota residua finale come su un eventuale restituzione della stessa.

Secondo quanto asserisce l’art. 23 del Decreto Sblocca Italia, il Rent to Buy è un negozio giuridico, con il quale il locatario, ossia l’inquilino acquista il godimento immediato dell’immobile, in affitto e rinvia ad un momento futuro il suo acquisto, imputando, per ottenere tale diritto, una parte dell’importo dovuto all’ l’acquisto dell’immobile stesso. Il diritto di acquisto images[2]dell’immobile, può essere effettivamente esercitato come non esercitato in un momento successivo a quello della stipula del contratto, da parte dell’inquilino.

Vediamo ora come vengono gestite queste somme ai fini della tassazione.

I canoni di affitto pagati per il godimento immediato dell’immobile, ovvero i canoni di affitto veri e propri, devono essere considerati, ai fini fiscali, come del tutto assimilabili ai canoni corrisposti per un normale contratto di locazione e vige, quindi, per essi, sia ai fini delle imposte dirette che ai fini delle imposte indirette, la tassazione prevista i redditi derivanti dai contratti di locazione dell’immobile.
Per quanto riguarda i canoni corrisposti dal locatario (acquirente affittuario) a titolo di anticipo per il prezzo dovuto per l’acquisto dell’immobile, tali quote vengono assimilate, ai fini fiscali, agli acconti-prezzo ottenuti per la vendita di un immobile, quindi – caparra -.

Se il proprietario che cede con il negozio del Rent to Buy, quindi inizialmente in affitto e successivamente alla scadenza concordata in vendita, sia un’impresa di costruzione, pur essendo l’unità immobiliare ad uso residenziale quindi normalmente esente da IVA, la trattativa ricadrà nel regime del DPR. 633/72, quindi assoggettata all’Imposta sul Valore Aggiunto. Stesso discorso vale per gli immobili a uso strumentale per i quali però possono optare per il regime di imponibilità IVA non solo per le imprese di costruzione e di ripristino ma anche tutti gli altri soggetti generalmente passivi di IVA.

In tal caso, alle quote di canone versate a titoli di anticipo, come acconti per il successivo acquisto dell’immobile, si applicano le seguenti aliquote:

4%

se il futuro acquirente dichiara di poter beneficiare dei requisiti “prima casa” e se si tratta di case classificate nelle categorie catastali diverse da A/1, A/8 e A/9

10%

se si tratta di case di abitazione che hanno la medesima classificazione catastale di quelle che possono fruire dell’agevolazione “prima casa”

22%

per gli immobili classificabili nella categorie catastali A/1, A/8 e A/9 e per gli immobili strumentali

Vediamo ora come viene applicata l’Imposta di registro.
L’imposta di registro viene determinata in base a come viene applicato il regime IVA .

Situazioni:

Acconti prezzo soggetti a IVA imposta di registro nella misura fissa di 200 euro
Acconti prezzo per gli immobili abitativi esenti IVA Imposta di registro al 2%
Acconti prezzo soggetti a IVA per esplicita opzione del venditore Imposta di registro nella misura fissa di 67 euro, se il contratto è stipulato per scrittura privata e di 200 euro, se il contratto è stipulato con scrittura privata autenticata o è redatto in forma pubblica

Per gli immobili strumentali si applica un’imposta di registro dell’1%, a prescindere se l’operazione di compravendita è soggetta o no a IVA.

Nel caso in cui il venditore sia un soggetto IRPEF le somme percepite a titolo di affitto per il godimento dell’immobile sono soggette alla disciplina fiscale dei redditi fondiari ed è possibile optare per la cedolare secca; l’imposta di registro è pari al 2% sia nel caso di immobili ad uso abitativo che a uso strumentale.

Al momento della vendita dell’immobile quindi dell’acquisto da parte dell’inquilino stesso, occorrerà considerare anche la tassazione delle somme pagate dal quest’ultimo a titolo di saldo del prezzo dell’immobile, detratta tutta la somma già versata a titolo di acconto.

Se il venditore è titolare di partita IVA, la base imponibile su cui applicare l’imposta è costituita dalla differenza tra il prezzo dell’immobile pattuito in sede di contratto e la somma degli acconti prezzo versati fino a quel momento mentre non vengono considerate le somme versate dall’inquilino a titolo di canone d’affitto.

Le imposte di registro, ipotecaria e catastale sono pari a:

Tipo di fabbricato

Imposta di registro

Imposta ipotecaria

Imposta Catastale

Fabbricati strumentali rilevanti ai fini IVA (in regime di esenzione o imponibilità)

fissa a 200 euro

1%

3%

Fabbricati abitativi in esenzione IVA l’imposta

dovuta nella misura proporzionale del 9% o del 2%, con un minimo 1.000 euro

50 euro

50 euro

Fabbricati abitativi imponibili IVA, per il principio di scelta tra IVA e registro

fissa a 200 euro

Fissa a 200 euro

fissa a 200 euro

Se il venditore è in soggetto IRPEF, il corrispettivo ottenuto dalla cessione dell’immobile viene tassato come una plusvalenza realizzata mediante cessione a titolo oneroso di beni immobili, se la vendita avviene entro cinque anni dall’acquisto.

Gli acconti di prezzo sono invece tassati come redditi diversi e diventano assoggettabili al pagamento delle imposte solo al momento della cessione effettiva dell’immobile. Per le vendite che avvengono al di fuori del regime IVA, per prime case o altre tipologie di immobili, l’imposta di registro sarà del 2% (prima casa) o del 9% (altro tipo di immobile) mentre le imposte ipotecaria e catastale scontano in entrambi i casi l’imposta fissa di euro 50,00.

PER TUTTI COLORO CHE VOGLIANO VENDERE O ACQUISTARE CON TALE ISTITUTO GIURIDICO, DISPONIAMO DI PRIMARIO ISTITUTO FINANZIARIO IN GRADO DI GARANTIRE L’ACQUISTO DOPO IL TERMINE DI LOCAZIONE PATTUITO EVITANDO OGNI RISCHIO.

PER INFO : studiomontini@hotmail.it

Gianluigi Montini – commercialista –

 
2 commenti

Pubblicato da su 25 febbraio 2015 in Immobiliare

 

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